Oboe

ricerche di Mario Polverini

Oboe

L’oboe è uno strumento musicale a fiato ad ancia doppia appartenente al gruppo dei legni.

Di forma conica, è generalmente fatto di ebano (Dalbergia melanoxylon, noto anche come Grenadilla) o, meno frequentemente, di palissandro (Dalbergia nigra, chiamato spesso “legno di rosa” o “brazilian rosewood”). I tasti e la meccanica sono in metallo, generalmente alpacca argentata, nichelata o dorata.

L’oboe è utilizzato generalmente nella musica da camera, nelle bande o nelle orchestre sinfoniche, anche come solista; più raramente nel jazz. Tra i principali compositori che hanno scritto musica per lo strumento è possibile ricordare Antonio Vivaldi, Johann Sebastian Bach, Alessandro Marcello, Georg Friedrich Händel, Wolfgang Amadeus Mozart, Robert Schumann, Richard Strauss.

Molto usato in orchestra, ha impiego anche nella musica da camera (quartetto per oboe e trio d’archi (violino, viola e violoncello) di Wolfgang Amadeus Mozart). L’utilizzo dell’oboe si è oggi diffuso anche nelle colonne sonore nonché nei brani di musica leggera come Rondò Veneziano.

Oboe

Classificazione

aerofoni ad ancia doppia

Strumenti relativi

oboe musette, oboe d’amore, corno inglese, oboe da caccia, oboe baritono, Heckelphone

Musicisti Oboisti

Storia dell’oboe

La nascita dell’oboe risale all’antichità. Ne è nota la presenza nell’antico Egitto, in Cina, Arabia e Grecia sotto forma di strumenti (ciaramelle e pifferi) che possiamo dire certamente progenitori dell’oboe. Dall’India ci arriva la versione più semplice degli oboi primitivi nota col nome di Oton. Aveva un’ancia doppia ed emetteva quarti di tono. Presso i Greci l’oboe era inserito nel gruppo degli strumenti a fiato detti Aulòi (Tibie presso i romani). Anche gli Arabi avevano il loro oboe o, meglio, ne avevano più di uno, C’era il Nagassàran (piccolo e acuto) e il Soummagiè (più grande e grave). Forme simili a queste sopravvivono tutt’oggi sotto il nome di Zarm (Zourna in persiano) in tre specie: lo Zarm al-kabir (grave), lo Zarm (medio) e lo Zarm al-sughayr (acuto) più una versione meno diffusa detta Eraggek (il più basso di tutti e intonato per quarti di tono).

Nel Medioevo in Europa si diffuse la famiglia delle bombarde e dalla più piccola di queste, la ciaramella, deriva l’oboe.

Il nome attuale di oboe risale al secolo XVII per opera dei francesi, che chiamarono questo strumento Hautbois (ovvero «legno alto») proprio in virtù del forte volume di suono. Ovviamente il nome Hautbois esportato nei diversi paesi ha cambiato la sua forma fino a divenire Hautboy in inglese, Obòe in tedesco e Óboe (già Oboé nel ‘700) in italiano. Quindi è svelato il mistero della pronuncia del nome; l’accento va sulla prima “o”.

L’oboe che conosciamo oggi è l’erede di una lunga tradizione di strumenti ad ancia doppia. La sua importanza tra i fiati dell’orchestra barocca è testimoniata anche dal fatto che l’oboe dà il «La» agli altri strumenti dell’orchestra (su questo ci sono pareri discordanti: alcuni sostengono che dia il La perché nelle orchestre spesso sostituiva il violino, altri invece che dia il La perché è lo strumento di più difficile intonazione).

Per tutto il XVI secolo il cialamello (o cennamella), diretto antenato dell’oboe, mantiene la sua forma più antica; è costruito in un unico pezzo dalla linea molto semplice, con cameratura fortemente conica ed una grossa campana che gli dà un suono molto aspro e potente, quasi da tromba.

È solo nel secolo successivo che l’oboe assume una forma simile a quella attuale a tutto vantaggio del suono, che acquisisce una timbrica più morbida assieme ad una maggior gamma dinamica. L’oboe che si riferisce al periodo barocco è il risultato dell’inventiva dei fratelli Hotteterre, i quali sviluppano un nuovo strumento assai più duttile e soprattutto capace di emettere tutte le note della scala cromatica con discreta omogeneità, cosa che al cialamello era quasi del tutto preclusa. Il nuovo strumento è costruito in tre parti, le linee acquisiscono grazia ed eleganza per la presenza di ricche modanature ottenute al tornio ma è soprattutto la sezione interna dello strumento ad evolversi, passando dal profilo scalettato dei primi esemplari di Hotteterre ad un profilo composito il quale sopravviverà inalterato per quasi due secoli fino all’avvento degli artigiani francesi, che dalla metà dell’800 apporteranno nuove radicali innovazioni allo strumento.

La cameratura dell’oboe barocco è a sezione conico-parabolica nel pezzo superiore, conica nel pezzo centrale, cilindrica alla giunzione tra pezzo inferiore e campana e di nuovo fortemente conica per la campana, decisamente svasata, la quale però presenta alla base uno spesso bordo rivolto verso l’interno. L’oboe barocco, ancora privo di portavoce (il registro superiore si ottiene stringendo l’ancia tra le labbra), presenta sei fori per le dita di cui uno o due doppi, come il contemporaneo flauto diritto, una chiave piccola per il Mib e una più grande per il Do basso. La sua estensione è di quasi due ottave e mezzo partendo dal Do centrale del pianoforte, ma per lungo tempo lo strumento non avrà a disposizione una chiave per ottenere il Do# basso.

L’oboe barocco si compone di tre parti:

La parte superiore, che ha sulla sommità un caratteristico rigonfiamento (chiamato in gergo ‘cipolla’), al cui centro s’inserisce l’ancia; secondo alcuni è una vestigia della pirouette, il supporto per le labbra parte integrale dell’ancia del cialamello rinascimentale, e oggigiorno rimane solo nei modelli tedeschi mentre in quelli francesi è solo accennato;

La parte centrale, che ha solo due chiavi (Do e Mi) le cui leve sono sagomate a cuore o a coda di pesce in modo da poter essere azionate sia dal mignolo destro sia dal sinistro: in origine l’oboe poteva essere suonato come oggi, con la mano sinistra sopra e la destra sotto che lo sostiene, ma anche al contrario;

La campana, di maggiori proporzioni rispetto all’oboe contemporaneo e munita di uno o più fori di ‘sfogo’ per regolare l’intonazione. [1]suono

oboe barocco

Col tempo la struttura dello strumento resta pressoché invariata, quello che cambia profondamente è il numero di chiavi ed il profilo delle modanature. Nel XIX secolo le innovazioni operate alla meccanica dei flauti furono portate anche sull’oboe, soprattutto per quanto riguarda le chiavi ad anello. Nello stesso periodo Joseph Sellner e Stephan Koch introdussero le doppie chiavi per il Fa e Re#, la chiave del Si basso e la posizione del Fa «a forchetta». Grandi cambiamenti furono fatti dai fratelli Triebert che eliminarono quasi del tutto la ‘cipolla’ in corrispondenza della boccola porta-ancia, aumentarono l’estensione bassa di un semitono, introdussero il gruppo di tre chiavi Re#, Si e Sib e cambiarono la forma del «mezzo buco» da romboidale ad ovale. Nel ‘900 il costruttore Lorée, avvalendosi dell’aiuto maestro Gillet, perfezionò ulteriormente lo strumento (oggi Lorée è tra i più grandi costruttori), soprattutto il corno inglese, migliorando le posizioni dei trilli e la chiusura dei fori.

Un’importante modifica alla meccanica dell’oboe come concepito da Lorée è stata operata dall’italiano Giuseppe Prestini mediante lo spostamento della chiave del Si basso dal mignolo sinistro al pollice sinistro (con una leva collocata posteriormente) e del raddoppio di quella del Do#, azionato dal mignolo sinistro per mezzo della leva originariamente assegnata al Si basso. La meccanica ideata da Prestini facilita il passaggio Si-Re#, che nel sistema originale richiede in entrambe, le posizioni lo scivolamento dei mignoli da una chiave all’altra del medesimo gruppo, e l’esecuzione della scala cromatica partendo dal Sib. L’oboe sistema Prestini, noto anche come il «sistema italiano», è stato per decenni il sistema standard nel nostro Paese. È tuttora realizzato su richiesta dai maggiori produttori.

Un’altra modifica si è avuta a fine ‘900 con l’introduzione del portavoce automatico in cui è abolita la leva a spatola del secondo portavoce, azionata dal fianco dell’indice sinistro. Nel «sistema automatico» è presente una singola leva per il pollice sinistro e il sincronismo tra la chiusura del primo portavoce e l’apertura del secondo in corrispondenza del passaggio da Sol# a La è attuato sollevando l’anulare sinistro dal relativo piattello o anello, esattamente come avviene sul saxofono. Tale meccanismo, diffuso soprattutto in Germania e nei Paesi europei dell’ex blocco comunista, nel resto del mondo oboistico ha avuto scarsa diffusione a causa delle limitazioni imposte dal meccanismo nell’uso delle diteggiature alternative, correttive e armoniche. Oggi solo alcuni tra i maggiori produttori al mondo hanno in catalogo questo tipo di meccanica, offerto come possibile variante a quella ‘classica’.

Ora il sistema di meccanica più usato e diffuso, di fatto lo standard nella maggior parte dei Paesi europei, negli Stati Uniti ed in Giappone, è il Gillet A6 Conservatoire originario del 1902, perfezionato nel 1906 con l’avvento dei piattelli al posto degli anelli e chiamato comunemente «sistema francese». Gli strumenti di questo tipo sono prodotti con meccanica completa o semplificata; quest’ultima, omettendo alcune chiavi ausiliarie utili ma di fatto non indispensabili in fase di apprendimento, è montata sugli strumenti economici da studio. La dotazione completa in genere comprende:

tastiera chiusa a piattelli, di cui il 1°, 2°, 3° e 5° forati

piattello del «mezzo buco» (indice sinistro) con regolazione indipendente dell’apertura

due chiavi per i trilli sul passaggio di registro, di cui una duplicata

boccola composita per il trillo MIb-Mi (anulare destro) con adiacente chiave ausiliaria per il trillo Do-Do#

articolazione del gruppo Do / Do# / Mib (mignolo destro)

chiavi gemellate basculanti del Si basso / Mib (mignolo sinistro)

chiave di Sol# articolata (mignolo sinistro)

chiave duplicata del Sol# (indice destro) sincronizzata con il 3° piattello per il trillo

Chiave duplicata del Fa (mignolo sinistro)

Correttore automatico del Fa ‘a forchetta’

correttore del Sib basso alla campana (con doppia connessione in alcuni modelli) Chiavi ausiliarie per i trilli Portavoce semiautomatico terzo portavoce, azionato dal pollice sinistro per mezzo di una leva sovrapposta a quella del primo

L’estensione dell’oboe va dal Sib sotto il Do centrale del pianoforte fino al La due ottave al di sopra. Sebbene nelle partiture orchestrali non siano quasi mai richieste note sopra il Fa acuto, le tecniche esecutive più evolute hanno evidenziato la capacità dell’oboe moderno di arrivare fino al Do sovracuto; le tre note estreme richiedono altresì una modifica radicale dell’imboccatura dell’ancia e lo spostamento della mano destra dalla posizione standard per azionare contemporaneamente piattelli e chiavi ausiliarie. La diteggiatura ‘naturale’ dello strumento, quella che utilizza esclusivamente i sei fori principali, è comune al flauto traversiere e segue la scala diatonica di Re maggiore.

La famiglia degli oboi

L’oboe tout court, strumento non traspositore (note scritte ed eseguite coincidono), è l’elemento di spicco di una famiglia di strumenti ad ancia doppia la quale comprende diversi altri tagli di intonazione più grave e uno di intonazione più acuta:

oboe musette – sopranino in Fa, una quarta sopra, ormai quasi in disuso

oboe – soprano in Do, il capostipite della famiglia

oboe barocco

 suono

oboe d’amore – mezzosoprano in La, una terza minore sotto

corno inglese – tenore in Fa, una quinta sotto (ne è esistita una versione in Sol, una quarta sotto)

oboe da caccia – tenore in Fa, una quinta sotto (è il corno inglese dell’epoca barocca, di forma ricurva)

oboe baritono – baritono in Do, un’ottava sotto

Heckelphone – baritono in Do (strumento ad ancia doppia di cameratura larga affine all’oboe)

oboe moderno o contemporaneo- [4]Rondo Concerto Haydn per oboe e orchestra

         Oboe de Wien                            Estensione dell’oboe moderno

Una Banda per tutte le occasioni