Flauto traverso

ricerche di Mario Polverini

Il flauto traverso

Il flauto traverso è uno strumento musicale della famiglia dei legni e quindi è un aerofono. L’attribuzione del flauto – oggi spesso costruito in metallo – alla famiglia dei legni deriva dal fatto che, fino al XIX secolo, la quasi totalità dei flauti erano in legno.

Il suo nome (anticamente: traversiere) deriva dal fatto che è suonato in posizione trasversale asimmetrica, con il corpo dello strumento alla destra dell’esecutore (“di traverso”).

Nella sua forma moderna, il flauto traverso (anche noto come flauto traverso da concerto occidentale) è uno strumento (cilindrico nel corpo centrale e nel trombino, leggermente conica la testata) che lo strumentista (detto flautista) suona soffiando nel foro d’imboccatura e azionando un numero variabile di chiavi (aperte o chiuse), che aprono e chiudono dei fori praticati nel corpo dello strumento, modulando così la lunghezza della colonna d’aria contenuta nello strumento stesso e quindi variando l’altezza del suono prodotto.

L’emissione del suono è dovuta all’oscillazione della colonna d’aria che, indirizzata dal suonatore sull’orlo del foro d’imboccatura, forma vortici che ne provocano l’oscillazione dentro e fuori dal foro e mettono in vibrazione l’intera colonna d’aria.

La forma moderna del flauto (cilindrico, a dodici o più chiavi) è dovuta alle modifiche applicate ai flauti barocchi (a loro volta derivanti da più antichi flauti a sei fori) dal tedesco Theobald Boehm (1794-1881) e ai successivi perfezionamenti ideati dai fabbricanti di scuola francese.

Composizione

Untitled

Flauto smontato

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Dettaglio di testata di un flauto parte detta propriamente boccola o boccoletta.

Flautista        e         Imboccatura

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I flauti traversi moderni sono strumenti in legno o più comunemente in metallo (alpacca argentata, argento, oro, platino) composti da 3 parti:

 Testata

Corpo centrale

Trombino o piede

I tre pezzi sono montati assieme tramite innesti a baionetta: lo strumento montato è lungo circa 65 centimetri con un diametro interno di circa due centimetri (lo spessore del materiale, nei flauti di metallo, è inferiore al millimetro, di alcuni millimetri per i flauti di legno). La testata è inserita nel corpo tramite un innesto lungo alcuni centimetri, che viene usato come dispositivo di accordatura: variando l’inserimento della testata nel corpo si da regolare la lunghezza complessiva dello strumento e, di conseguenza, l’intonazione. In passato questa tecnica era usata anche per variare la tonalità dello strumento, modificandone la nota fondamentale di diversi toni: questo però produce stonature nella tessitura dello strumento e la pratica fu abbandonata con l’avvento di strumenti completamente cromatici.

La testata è chiusa a un’estremità da un tappo dotato di un foro filettato che ne permette l’aggiustamento mediante la rotazione di una ghiera (“tappo a vite”) e la cui funzione è permettere l’accordamento delle ottave, operazione che è fatta raramente.

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La custodia di un flauto

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Una testata del flauto

 

Il corpo contiene tutte le altre chiavi, con una disposizione che ammette alcune varianti. Le più popolari riguardano le chiavi del Sol che possono essere allineate (Sol in linea) o leggermente spostate verso l’esterno per una posizione più comoda delle dita (Sol fuori) e il cosiddetto “Mi  meccanico” un dispositivo che facilita l’emissione del Mi7. Le opinioni dei flautisti su quest’ultimo dispositivo sono discordi: alcuni ne sono decisi assertori, altri ritengono che l’appesantimento della meccanica non sia compensato dalla facilitazione da esso introdotta.

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Corpo del flauto traverso

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Trombino di un flauto traverso

Esistono due versioni di trombino: in Do (la più comune) porta tre chiavi comandate da un gruppo di leve, azionate con il mignolo della mano destra, che permettono di produrre le note Do4 Do#4 (ottava grave) e Re#4 (ottava grave e intermedia). Più rari sono i trombini discendenti al Si (Si3) essi sono più lunghi e hanno una chiave addizionale che è comandata da una leva dedicata, inserita nel gruppo che comanda le altre chiavi. Oltre alla produzione del Si3, questa chiave, se presente, facilita notevolmente anche l’emissione del Do7 (la nota più alta dell’estensione standard del flauto).


Estensione

Il più usato dei flauti (flauto traverso in Do) possiede un’estensione che va dal Do centrale (Do4) fino al Do7 e comprende quindi 3 ottave.

I flauti moderni possono raggiungere un’estensione di tre ottave e mezza, e alcuni flautisti sono in grado di emettere il Do8, portando l’estensione dello strumento a quattro ottave piene. La quarta ottava, di difficile emissione (quasi impossibile su strumenti d’epoca) è per questo poco usata nel repertorio flautistico, anche se negli anni recenti alcuni compositori hanno spesso usato il Re7.

Timbro

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Onda sonora prodotta da un flauto

Il flauto ha un suono limpido anche se un po’ freddo, ma la brillantezza del suo timbro lo ha reso adatto, per esempio, per imitare il canto degli uccelli, caratteristica usata in molti brani di diversa provenienza: esempi nella musica classica sono il concerto Il gardellino di Antonio Vivaldi, il concerto nella Sinfonia Pastorale di Ludwig van Beethoven e la parte dell’uccellino Sasha in Pierino e il lupo di Sergei Prokofiev; nella musica jazz il brano Conference of the birds di Dave Holland; nella musica popolare irlandese la giga Lark in the morning (normalmente affidata al flauto traverso irlandese a sei fori).

Inoltre, la sua discendenza popolare (non bisogna dimenticare che, essendo uno degli strumenti di più facile fabbricazione, il flauto è anche uno dei più antichi e diffusi nella musica popolare) faceva sì che il flauto evocasse ambienti pastorali e bucolici, molto frequentati in musica e nelle arti in genere dal XVI al XIX secolo: si vedano a questo proposito la già citata Sinfonia Pastorale e la raccolta Il Pastor Fido, opere che già nel titolo rivelano la loro ispirazione e che contengono importanti parti per flauto (la seconda è una raccolta di sei concerti per flauto, clavicembalo e basso continuo)

Com’è prodotto il suono

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Chiavi di un flauto

Il suono è prodotto dal flusso d’aria che si frange contro lo spigolo del foro d’insufflazione presente sulla testata. In questo modo è eccitata la colonna d’aria all’interno del tubo e ha inizio la vibrazione sonora. L’emissione di note di diversa altezza avviene chiudendo i fori, tramite le “chiavi” (i tasti) e controllando in questo modo l’altezza della colonna d’aria che viene messa in vibrazione. Le chiavi possono essere forate, per permettere effetti di glissato (passaggio da una nota all’altra senza salti tonali) ed una maggiore proiezione di suono.

 

Altri effetti

L’emissione del suono, nel flauto, può essere variamente modificata. Oltre alle tecniche standard che consentono il legato e staccato, ottenute occludendo con la lingua il flusso d’aria, si hanno cosiddetti doppi e tripli staccati, ottenuti con l’uso della glottide che consentono l’esecuzione dello staccato in pezzi veloci.

Un effetto molto suggestivo è il frullato (ted. Flatterzunge, fr. frappé o tremolo dental), tecnica che consiste nel soffiare pronunciando contemporaneamente le consonanti “tr”, “dr” o “vr” per far vibrare la parte anteriore della lingua oppure la consonante “r” (pronunciata come la “r” francese) per far vibrare la parte posteriore della lingua.

Un’altra tecnica eterodossa in uso nella musica jazz e rock, introdotta dal polistrumentista afroamericano Roland Kirk e resa famosa dal flautista britannico Ian Anderson, leader dei Jethro Tull, consiste nel cantare contemporaneamente all’emissione del suono. La nota cantata può essere all’unisono con quella emessa dallo strumento, ma anche a distanza di una terza maggiore, una quarta o una quinta. Il timbro dello strumento ne è assai modificato, diventando più scuro e pastoso ma con effetti stridenti soprattutto nel registro medio – acuto. Tra i vari gruppi progressive che hanno adottato questa tecnica in alcuni dei loro brani vanno ricordati i Focus, i Delirium e i New Trolls nell’album Concerto Grosso.

Altri effetti particolari ricorrenti in vari generi musicali sono ottenuti utilizzando il suono ottenuto chiudendo con forza le chiavi, soffiando nel flauto senza porlo in risonanza, utilizzando solo la testata o solo il trombino.

La famiglia dei flauti traversi

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Un ottavino, il flauto minore della famiglia

Esistono svariati tipi di flauti che si differenziano, oltre che per il materiale, per alcuni aspetti meccanici ed estetici. La famiglia dei flauti traversi ha diversi elementi:

l’ottavino in Do, che, come indica il nome stesso, produce suoni più acuti di un’ottava rispetto al flauto ordinario (ma ne esiste anche una versione in Reb);

il flauto soprano in Sol (un’ottava più acuta del flauto contralto); combina le caratteristiche dell’ottavino con quelle del flauto ordinario;

Il flauto traverso;

il flauto tenore (o flauto d’amore) in Sib (notare la strana nomenclatura che lo vede più acuto del flauto contralto; sarebbe più giusto chiamarlo flauto mezzosoprano);

il flauto contralto in sol (una quarta più basso del flauto ordinario); è (come tutti gli strumenti non in Do) uno strumento traspositore perché suonando la nota corrispondente al Do si produce il Sol alla quarta inferiore;

il flauto basso in Do (un’ottava più grave del flauto ordinario);

il flauto contrabbasso in Sol (un’ottava più grave del flauto contralto), chiamato anche – dalla traduzione inglese – Contra-alto;

il flauto contrabbasso in Do (due ottave sotto l’ordinario);

il flauto subcontrabbasso in Sol (doppio contra-alto) o in Do (doppio contrabbasso)

Il flauto iperbasso in Do.

I flauti di uso comune sono, oltre il flauto ordinario, il flauto contralto, l’ottavino, e – molto più raramente, il flauto basso in Do. Gli altri membri della famiglia, tutti rari o rarissimi, trovano impiego solo nelle orchestre di flauti anche a causa dell’elevato costo e dell’intonazione problematica. I tagli più gravi, a partire dal flauto basso, a causa delle grandi dimensioni, hanno tutti la testata variamente ripiegata (a U per il flauto basso, a triangolo per i tagli superiori) per consentire l’esecuzione; i più gravi devono essere suonati in piedi con l’aiuto di speciali supporti. Il flauto iperbasso, che ha una lunghezza superiore agli 8 metri, è suonato quasi unicamente dal flautista italiano Roberto Fabbriciani ed esiste in pochissimi esemplari (forse in esemplare unico).

Strumenti derivati

Il flauto traverso irlandese è uno strumento in legno molto usato come solista nella musica popolare irlandese e, nelle sue diverse versioni, deriva dal flauto traverso in uso in Europa prima dell’avvento del sistema Boehm. Ne esistono versioni con un numero di chiavi variabile da nessuna (il più popolare) fino ad otto (che rendono lo strumento completamente cromatico: alcuni musicisti preferiscono però avere strumenti senza chiavi e con diverse intonazioni come accade per il tin whistle ). La versione senza chiavi ha due ottave d’estensione (corrispondenti a quelle del flauto standard, a partire dal Re) ed è intonata in Re maggiore, il che fa del flauto irlandese uno strumento traspositore, anche se le sue parti sono normalmente scritte in chiave di Do. Poiché le posizioni per emettere le alterazioni senza l’aiuto di chiavi sono scomode o danno luogo a note molto calanti, questo strumento è praticamente limitato a due sole tonalità (Sol Maggiore e Re Maggiore). La versione senza chiavi ha sei fori (più due non azionabili al piede del flauto); le posizioni non differiscono da quelle del flauto standard (la posizione del Fa emette un Fa#), fatta eccezione per il Do#, che è realizzato chiudendo il foro del medio della mano sinistra: è possibile anche – con diversa posizione – emettere il Do naturale (che permette di eseguire pezzi in Sol). Pare che molti flauti irlandesi attorno al XIX secolo derivassero da flauti standard provenienti dalle bande dell’esercito inglese, a cui venivano bloccate alcune chiavi per ricondurli alla tonalità di Re.

Breve storia dell’evoluzione dello strumento

La storia del flauto traverso europeo, in quanto tale, inizia attorno al medioevo (la storia del flauto in generale, per contro, è assai più antica e geograficamente più estesa)

 

Nel Medioevo

Varie fonti iconografiche e letterarie attestano la presenza di flauti traversi in Europa almeno dal X secolo. Gli strumenti illustrati appaiono costruiti in un unico pezzo (due per il flauto basso): un tubo cilindrico di legno con sei fori per le dita (non otto come il flauto dolce) più il foro d’insufflazione. Dalle immagini si può notare che lo strumento è tenuto spesso alla sinistra dell’esecutore, segno che probabilmente era costruito con tutti i fori perfettamente allineati, permettendo al flautista di scegliere l’orientamento desiderato.

Dal X al XIII secolo, tuttavia, lo strumento era piuttosto raro, e pare gli fossero preferiti strumenti dritti, simili al flauto dolce (ma non ancora propriamente flauti dolci, la cui data di nascita pare sia attorno al XIV secolo). Giunto in Europa dall’ Asia, quasi certamente dalla Cina, attraverso gli scambi culturali mediati dall’ impero romano d’Oriente, il flauto traverso divenne popolare in Francia e in Germania (ed era perciò chiamato flauto tedesco per differenziarlo dagli strumenti dritti). In questi paesi venne usato nella musica popolare e nella musica di corte (assieme ad altri strumenti quali la viella), ma sarebbe passato più di un secolo prima che si diffondesse nel resto dell’Europa.

La prima citazione letteraria del flauto traverso è del 1285, in una lista di strumenti suonanti da Adenet le Roi. A questa citazione segue un silenzio di circa settant’anni, al termine dei quali le fortune del flauto vennero ravvivate (attorno al 1350) da un vento di attivismo militare. L’ esercito svizzero, infatti, adottò il flauto come strumento di segnalazione e questo lo diffuse nel continente. Fu verso il 1500 che il flauto traverso venne introdotto anche nelle corti come strumento orchestrale e solista.

Nel Rinascimento (1500)

Il flauto rinascimentale, chiamato anche, nel XVI secolo, traversa, mantenne sostanzialmente la struttura del flauto medievale. Si ha testimonianza dell’esistenza di diverse “taglie” per lo strumento: “discantus”, “tenor-altus”, “bassus”.

Da quell’epoca sono giunti fino a noi circa 50 strumenti e diverse testimonianze documentali in diversi trattati musicali in cui compaiono descrizioni (e disegni) dello strumento. Tra i più importanti:

Sebastian Virdung, “Musica getutscht und ausgezogen”, Basilea, 1511

Martin Agricola, “Musica instrumentalis deudsch”, Wittenberg, 1529

Simon Gorlier, “Livre de tabulature de flûte d’Allemand”, Lione, 1556

Il flauto trova posto nei complessi di musica da camera spesso sotto forma di strumenti intonati in Re.

 

Nel periodo Barocco (1600 – 1700)

Il flauto barocco, chiamato anche flauto ad una chiave o flauto traversiere, subisce molte modifiche ad opera di famiglie di costruttori di legni che dedicano particolare cura nel perfezionarlo, in particolare la famiglia “Hotteterre”. Lo strumento è diviso in tre pezzi (testata, corpo e piede) e la cameratura non è più interamente cilindrica come avveniva per il flauto rinascimentale, infatti, il corpo e il piede sono conici. Ai sei fori del flauto rinascimentale se ne aggiunge un settimo per il re diesis, controllato da una chiave chiusa. (Quantz aggiungerà un’ulteriore chiave per il mi bemolle, per conservare la differenza di comma tra le due note) Più tardi il corpo centrale verrà diviso in due parti, di cui quella superiore intercambiabile con altre di diversa lunghezza, per consentire allo strumento di adattarsi ai diversi diapason utilizzati nelle diverse corti europee.

Il fatto che nel corso del XVII secolo si sia iniziato a costruire i flauti (sia traversi, sia dolci) in tre parti, mentre nel Rinascimento erano costruiti in un pezzo unico o al massimo in due pezzi (anche i più grandi), riflette un significativo cambiamento nella figura del flautista professionista. Nel rinascimento, gli strumentisti erano al servizio delle corti, e gli strumenti che usavano non erano di loro proprietà, bensì della cappella di corte. Tutti gli strumenti a fiato costruiti per una stessa cappella erano accordati su uno stesso La (che oggi è fissato internazionalmente a 440 Hz), ma quest’ultimo poteva variare moltissimo fra una cappella e l’altra (anche di più di mezzo tono). In seguito, i più noti virtuosi di flauto iniziarono a spostarsi da una città all’altra per le loro esibizioni, portando con sé i loro strumenti, e il problema di doversi adeguare ad altezze del La tanto diverse fu risolto costruendo il flauto in tre sezioni (il flauto traversiere addirittura in quattro): per piccole variazioni di accordatura era sufficiente inserire la sezione centrale più o meno profondamente nella testata (come si fa tuttora), ma oltre un certo limite era necessario sostituire del tutto la sezione centrale con una di lunghezza diversa e con le distanze fra i fori alterate proporzionalmente. I flautisti dell’epoca barocca andavano quindi in giro con strumenti che avevano una dotazione di due o tre sezioni centrali intercambiabili, diversamente accordate.

Nel periodo Classico

Con le sue qualità timbriche e omogenee si adatta in perfetta simbiosi con il pensiero e l’armonia classica. Sia usato come strumento da accompagnamento che solistico in particolare usato in Francia oltre che da Bach e Vivaldi.

Tra i diversi artigiani che in questo periodo apportarono migliorie allo strumento possiamo ricordare Tacet,Potter, Tromliz e Capellier.

Nel periodo Romantico

I fondamentali perfezionamenti apportati allo strumento dal tedesco Theobald Boehm rendono il flauto uno strumento moderno a tutti gli effetti.

In questo periodo il flauto trova un vasto impiego orchestrale, e viene specialmente messo in luce nelle opere degli impressionisti Claude Debussy e Maurice Ravel che sfruttano sfumature dello strumento poco conosciute.

Curiosità

A Milano, nel Castello Sforzesco, è conservato un flauto traverso che poteva essere utilizzato come bastone da passeggio.

Ian Anderson, senza dubbio il più famoso flautista rock moderno, e leader del gruppo Jethro Tull, imparó il flauto da autodidatta dopo averne casualmente acquistato uno mentre viaggiava con il suo gruppo nei primissimi anni d’attività. Egli racconta che quando, già famoso, cercò di insegnarlo alla figlia, alla quale veniva anche insegnato alla scuola elementare, fu da lei severamente criticato per le posizioni non standard che utilizzava (“papà, lo suoni tutto sbagliato!”). In conseguenza di questo, Anderson si ritiró per alcuni mesi a ristudiare le posizioni sul metodo della figlia.

 

 

 

Una Banda per tutte le occasioni